Come siamo arrivati qui
Storia di Procida
Da dove viene il paese, che cosa resta di ogni epoca e perché certe strade e certe chiese stanno dove stanno.
L'isola che giace
Il comune di Procida è fatto di due isole: quella che gli dà il nome, meno di quattro chilometri quadrati di tufo giallo e grigio nati da vulcani spenti da millenni, e l'isolotto di Vivara, unito da un ponte che porta l'acqua fino a Ischia. Il nome viene dalla Prochyta dei Romani; tra le spiegazioni, un verbo greco che significa «giacere», per come l'isola appare dal mare. Micenei, Greci, villeggianti. Gli scavi di Vivara hanno restituito un villaggio dell'età del bronzo frequentato da navigatori del mondo miceneo. Nell'VIII secolo a.C. arrivarono i coloni dell'Eubea, poi i Greci di Cuma. I Romani ne fecero un luogo di ville e di vigne, senza un vero paese: Giovenale la indicava come rifugio per chi cercava quiete. Terra Murata. Con le scorrerie dei Saraceni la popolazione salì sul promontorio più alto, novantuno metri a picco sul mare, e lo cinse di mura: Terra Casata divenne Terra Murata. L'isola fu feudo dei da Procida, la famiglia di quel Giovanni che animò i Vespri siciliani, poi dei Cossa e dal 1529 dei d'Avalos. Le incursioni barbaresche del Cinquecento lasciarono le torri di avvistamento, una seconda cinta muraria e il palazzo voluto nel 1563 dal cardinale Innico d'Avalos, poi residenza reale borbonica e infine carcere fino al 1988. Il secolo dei bastimenti. Dopo Lepanto il mare tornò a essere una risorsa. Abolita la feudalità nel 1744, Procida visse la sua stagione migliore: verso la metà dell'Ottocento circa un terzo delle navi di grande cabotaggio del Mezzogiorno usciva dai suoi cantieri, e a fine Settecento il comune, che allora comprendeva anche la terraferma, sfiorava i sedicimila abitanti. Nel 1799, al ritorno dei Borbone, dodici procidani che avevano sostenuto la Repubblica Napoletana furono impiccati nella piazza dove era stato piantato l'albero della libertà. Corricella e i colori. Ai piedi della Terra Murata, cresciuto con il palazzo dei d'Avalos, si stende il borgo di pescatori della Corricella. Come nel resto dell'isola le case hanno archi, scale esterne e terrazzi detti vèfi, e facciate pastello che non si ripetono mai tra vicini: si dice che servissero ai marinai per riconoscere la propria casa dal largo, ma la spiegazione non ha mai trovato conferma. Dal Novecento a oggi. L'ultimo grande brigantino fu varato nel 1891; nel 1907, dopo un referendum, la terraferma si staccò e divenne il comune di Monte di Procida; nel 1957 arrivò il primo acquedotto sottomarino d'Europa. Lo stesso anno Elsa Morante pubblicò L'isola di Arturo, Premio Strega e da allora il nome dell'isola è legato a quel romanzo. Nel gennaio 2021 l'isola è stata designata Capitale italiana della cultura 2022, la prima isola a ottenere il titolo, con il dossier «La cultura non isola».
Storie e curiosità
Concetta Barra, la procidana che riportò in scena la canzone antica
Nata a Procida nel 1922, figlia di un guardiano del carcere dell'isola, si trasferì a Napoli con la famiglia a quattro anni. Giovanissima, durante la guerra fondò con le sorelle una compagnia e lavorò poi accanto a Totò, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi. Dopo il matrimonio con il fantasista procidano Giulio Barra lasciò le scene per crescere i figli.
Tornò nel 1970 con il figlio Peppe: con lui e con Roberto De Simone riportò alla luce il repertorio antico della canzone napoletana. Morì a Napoli nel 1993.
Andrea de Jorio, il canonico che studiò i gesti dei napoletani
Nato a Procida nel 1769, canonico del Duomo di Napoli e studioso di antichità, scrisse le guide di Pompei, Ercolano, Cuma e Pozzuoli che accompagnarono i viaggiatori dell'Ottocento. Il suo libro più noto, La mimica degli antichi (1832), è il primo studio sulla gestualità napoletana, messa a confronto con quella dei Greci dipinta sui vasi.
Proprio lui, che aveva descritto anche come si fanno le corna, a Napoli aveva fama di iettatore: un aneddoto raccontato da Alexandre Dumas vuole che il re Ferdinando I lo abbia ricevuto il giorno stesso della propria morte.
Maria Rosaria Capobianchi, la virologa che isolò il coronavirus
Nata a Procida nel 1953, si è laureata in scienze biologiche alla Federico II di Napoli e ha diretto fino al 2021 il laboratorio di virologia dell'Istituto Spallanzani di Roma. Nel febbraio 2020 il suo gruppo, con Francesca Colavita e Concetta Castilletti, isolò il virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia di Covid-19.
Il 27 dicembre 2020, nel Vax Day, fu una delle prime tre persone vaccinate in Italia contro il Covid-19.
I Misteri del Venerdì Santo, costruiti per mesi e visti per un giorno
La mattina del Venerdì Santo la processione dei Misteri scende da Terra Murata fino a Marina Grande. I Misteri sono carri lunghi fino a otto metri con scene della Passione o della Bibbia in cartapesta, legno e stoffa, preparati per mesi dai procidani e tenuti nascosti fino alla processione; spesso vengono smontati il giorno stesso. Li portano a spalla i giovani con la veste dei confratelli Turchini, nel silenzio rotto da tromba e tamburo.
Il giorno prima sfilano gli Apostoli incappucciati dell'Arciconfraternita dei Bianchi, fondata nel 1581.
Il limone di Procida, così poco aspro che si mangia in insalata
Il limone procidano è grande, poco aspro e ha sotto la buccia uno strato bianco molto spesso. Per questo si mangia anche crudo: l'insalata di limoni della tradizione li taglia a tocchetti con cipolla, olio, peperoncino, sale e menta. Con le bucce si fa il limoncello.
Nella cucina dell'isola contano anche i carciofi, la pasta «pescatora povera» con peperoncini verdi fritti e alici e, a Pasqua, il casatiello dolce lievitato con il lievito madre del pane.
Fatti da Wikipedia in italiano; testo scritto per Napolinord.
Com’era
Hai una foto di Procida di una volta?
La piazza, la scuola, il bar che non c’è più. L’album del paese le raccoglie decennio per decennio, con il nome di chi le porta.
Da vedere
Voce «Procida» di Wikipedia in italiano; testo scritto per Napolinord.